Le considerazioni di Armao sul DEF regionale 2021

Il Documento di economia e finanza 2021 appena approvato dal
Consiglio dei Ministri italiano appare, come quello dello scorso anno, connotato
da profili emergenziali. Sebbene si sia recuperata la proiezione triennale,
appaiono assenti importanti documenti allegati come il Rapporto annuale sugli
interventi nelle aree sottoutilizzate e sulle politiche di coesione. Si prevede la
proroga del credito di imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, mentre per il
lavoro si dispongono forme di decontribuzione per favorire l’occupazione nelle
aree svantaggiate, per nuove assunzioni di giovani e donne.
Va sottolineato che la strategia prescelta è opportunamente quella di
collegare il documento programmatico con il Piano Nazionale di Ripresa e
Resilienza che il Governo si accinge a presentare e che insieme ad una serie di
interventi finanziari minori offre la dimensione di imponenti misure di sostegno
all’economia mediante investimenti ed innovazione.
Una questione, tuttavia, va sottolineata. Il Documento all’esame delle
Commissioni congiunte oblitera del tutto la condizione d’insularità che riguarda
certamente le grandi Isole (Sicilia e Sardegna), ma anche il sistema delle isole
minori diffuse lungo i due versanti nel Paese.
L’Italia è, ormai, il Paese europeo con il più alto numero di cittadini
insulari, per i quali sussistono le condizioni declinate dall’Art. 174 TFUE, ma che
non trovano alcun riconoscimento in termini perequativi rispetto ai costi patiti a
causa della condizione insulare.
Va poi sottolineato che il Documento inserisce tra i disegni di legge
collegati quello recante “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia
differenziata di cui ‘;articolo 116, 3 comma, Cost.” che riapre il tema del
regionalismo differenziato, ovviamente partendo dal dibattito consolidato sul
tema che coniughi inveramento delle previsioni costituzionali, sia per quanto
concerne l’autonomia, che con riguardo ai livelli essenziali delle prestazioni e
degli obiettivi di servizio, secondo l’impostazione declinata dal ddl quadro
elaborato dal Ministero delle Regioni nel 2019.
Per quanto riguarda l’implementazione delle misure di attuazione delle
misure finanziarie di contrasto alla pandemia ed ai suoi effetti va ricordato che il
Programma Europeo REACT-EU assegna all’Italia risorse supplementari alla
politica di coesione per gli anni 2021-23, per 13,5 miliardi su 47,5, che si
aggiungono che si affianca al Recovery and Resilience Facility (RRF),
costituendo gli assi portanti delle misure del Next Generation EU (NGEU) dal
quale discende la presentazione, a breve, del Piano nazionale di recupero e
resilienza (PNRR) ed ai quali si aggiunge la prossima agenda di finanziamento
dei fonti strutturali 2021-2027.

Si tratta per dimensione finanziaria, intensità di investimento, molteplicità
degli strumenti ed ampiezza degli obiettivi, e lo ribadiamo da mesi senza enfasi,
dell’ultima occasione per superare il divario Nord-Sud.
Il nostro Paese è non solo quello che riceve la parte più consistente della
dotazione europea, ma è anche tra i primi ad aver comunicato alla
Commissione europea la programmazione per utilizzare i finanziamenti, dopo
un proficuo confronto con il Commissario europeo Ferreira.
Non appare superfluo precisare che l’essere il Paese europeo che
ottiene la dotazione più rilevante delle misure straordinarie varate dall’Unione
europea per affrontare la crisi economica determinata dalla pandemia da
COVID-19, oltre che un’ incremento di quella relativa ai fondi strutturali 21-27
non è, come da qualcuno prospettato, frutto di destrezza o abilità negoziale dei
passati Governi.
È, purtroppo, la diretta conseguenza del drammatico divario economico-
sociale Nord-Sud che ancora attanaglia il nostro Paese, unico, secondo l’OCSE,
tra quelli avanzati che ancora patisce ciò che è stato opportunamente definito, e
va ribadito proprio ad un mese della celebrazione dei 160 anni dell’Unità d’Italia,
“il più grande fallimento dello Stato unitario”.
Alla luce del diritto europeo giova ricordare che la metodologia per il
calcolo del contributo finanziario massimo (ossia il sostegno finanziario non
rimborsabile) per Stato membro nell'ambito del dispositivo deve tener conto dei
seguenti elementi: popolazione; inverso del PIL pro capite; tasso medio di
disoccupazione negli ultimi 5 anni rispetto alla media UE (2015-2019), ed al fine
di evitare un'eccessiva concentrazione di risorse si effettua una ponderazione:
l'inverso del PIL pro capite è limitato al 150% della media UE; B) la deviazione
dalla media UE del tasso di disoccupazione del singolo paese è limitata al 150%
della media UE. C) Per tenere conto della maggiore stabilità dei mercati del
lavoro degli Stati membri più benestanti, la deviazione dalla media UE del loro
tasso di disoccupazione è stata limitata al 75%.
È quindi ai parametri prescelti dall’UE che occorre ancorare la
significativa allocazione delle risorse per l’Italia ed è conseguentemente ad essi
che ci si dovrà conformare per la ripartizione interna degli investimenti nel
PNRR, pur dovendo tenere conto: della circostanza che occorre distinguere tra
fondi per sovvenzioni e quelli per finanziamenti; delle scelte fatte dal precedente
governo che pesano oggi sui margini di manovra.
Dalle colonne del Corriere della Sera nel 1972 Pasquale Saraceno
ipotizzava che “Il divario fra Nord e Sud verrà colmato solo nel 2020”. Purtroppo
il grande meridionalista non immaginava certo che quell’anno sarebbe stato
l’annus horribilis dell’esplosione di una pandemia in esito a dieci anni nei quali
l’antica frattura territoriale del divario economico-sociale e del mercato del
lavoro italiano si è ancor più accentuata – come ha dimostrato dalla Banca
d’Italia – ben oltre il livello dell’occupazione nel quale l’Italia ha accentuato il
tradizionale primato europeo di differenze territoriali nell’occupazione che non è
solo sempre più scarsa nel Sud, ma anche sempre meno intensa in termini di
ore lavorate, sempre meno stabile e sempre meno qualificata.
È stato precisato che l’obiettivo del recupero dei divari sociali e territoriali
del Mezzogiorno è perseguito destinando all’area circa i due terzi dei
finanziamenti complessivi REACT EU, dando priorità agli interventi

effettivamente realizzabili e scongiurando una trasformazione di questa misura
di incentivazione “in un libro dei sogni, magari affascinante ma impossibile da
portare a termine”.
Per obiettivi che dovranno essere portati a termine entro il 2023 il
REACT-EU ha già individuato infatti la riduzione del 30% dei contributi
previdenziali a carico delle imprese che operano nel Mezzogiorno per tutto il
2021, ma come opportunamente prospettato la decontribuzione dovrà spingersi
fino al 2029 per dispiegare appieno i propri effetti incentivanti sull’occupazione
nel Mezzogiorno, bonus alle imprese per l’assunzione di giovani, bonus per
l’assunzione di donne e fondo nuove competenze, piani di recupero delle risorse
idriche del Sud attraverso interventi mirati sulle reti, l’incremento del fondo di
garanzia per le Pmi del Sud, l’attenzione di investimenti per scuola e
formazione, il finanziamento del Fondo Nazionale Innovazione per le nuove
imprese nel settore ambientale e Smart Grid e l’efficientamento energetico degli
edifici pubblici.
Quello di assegnare 8,5 al Sud sui 13,5 del REACT EU è un primo
importante risultato, che deve divenire paradigma per la configurazione del
PNRR, dove la soglia indicata del 40% del “Capitolo SUD”, si spinge ben oltre la
soglia del 34% delineata dal legislatore per gli investimenti ordinari e che era
incompatibile con le basi delineate a livello europeo per il Next Generation EU
(NGEU), è un’altra importante meta.
Da qui lo sforzo che si sta conducendo per spingere anche oltre il 40%
l’incidenza delle risorse destinate al Mezzogiorno del totale delle risorse di cui si
compone il programma Next Generation UE (fondo perduto, prestito sostitutivo
d'interventi già finanziati con fondi nazionali, prestito per finanziamento di nuovi
interventi, React UE, Just Transition Fund), al netto dei finanziamenti nazionali
aggiuntivi a valere sui fondi del Fondo Sviluppo e Coesione, così come
annunciato alla Conferenza Stato-Regioni ed apprezzato dalle Regioni, ed in
particolare dalla mia Sicilia.
È un primo importante risultato, ma come precisato, si può e si deve
puntare a rafforzare lo stock di risorse destinate ad invertire una tendenza,
drammaticamente consolidatasi negli ultimi dieci anni, di aggravamento del
divario che rischia di diventare un abisso di diseguaglianze e sperequazioni
incompatibili con l’assetto costituzionale italiano ed europeo.
In questa prospettiva occorre ribadire l’assoluta necessità, più volte
ribadita dalla Conferenza delle Regioni, che il Ponte di Messina sia inserito nel
PNRR. Si tratta infatti di un’opera che non solo consente il completamento del
Corridoio Scandinavo-Mediterraneo, ma che consente di proiettare l’Europa
verso il Mediterraneo e consente alla Sicilia di abbattere i costi dell’insularità
della Sicilia che oggi ammontano a 6,5 miliardi di euro, l’anno, sostanzialmente
il costo di realizzazione dell’infrastruttura.
Nei documenti finora redatti dal governo italiano, è sinora ignorato in
attesa dell’esito dei lavori di una Commissione ministeriale, ma il Ponte sullo
Stretto di Messina, un progetto fortemente voluto dalla Sicilia e dalla Calabria è
richiesto da tutte le Regioni italiane. Essendo una delle più importanti
infrastrutture europee, in linea con le esigenze del green new deal per le
influenze positive sull'ambiente, il ponte non costituirebbe soltanto un progetto
pronto per la costruzione ma soprattutto un passo essenziale per completare il

corridoio europeo scandinavo-mediterraneo 1 , come si può vedere qui di seguito

di Direttore24 Apr 2021 15:04