Festa di San Giovanni a Ragusa
La festa di San Giovanni Battista si è chiusa ieri sera con l’intensità di una tradizione che continua a raccontare Ragusa, la sua storia e la sua fede. Una giornata che ha intrecciato liturgia, musica, partecipazione popolare e un sentimento comunitario che, anno dopo anno, rimane il tratto distintivo della solennità dedicata al Patrono della diocesi e della città.
Nel pomeriggio, la celebrazione eucaristica presieduta da mons. Giambattista Diquattro, nunzio apostolico in Brasile, ha dato avvio al programma conclusivo della festa. La corale San Giovanni Battista, diretta dal maestro Giovanni Arestia, ha accompagnato la liturgia con canti che hanno preparato spiritualmente la comunità al momento più atteso: la grande processione.
Subito dopo la piazza San Giovanni si è trasformata in un crocevia di suoni e colori con l’arrivo dei corpi bandistici: il San Giorgio – Città di Ragusa diretto dal maestro Giacomo Antonio Palermo, l’Alessandro Scarlatti di Chiaramonte Gulfi diretto dal maestro Sebastiano Gurrieri, e il Gioacchino Rossini di Pedalino diretto dal maestro Gianfilippo Pollicita. Le bande hanno intrecciato le loro note con il suono delle campane e con l’attesa dei fedeli, creando un clima di festa che ha abbracciato l’intero centro storico.
Ha preso quindi avvio la solenne processione del Patrono, preceduta dall’Arca Santa e seguita da una lunga scia di fedeli, a migliaia quelli presenti, con i ceri votivi. Il simulacro di San Giovanni Battista, accolto sul sagrato dal lancio di volantini colorati, dai fuochi d’artificio e dal suono festoso delle campane, ha attraversato le vie principali della città: corso Italia, via M. Leggio, corso Vittorio Veneto, via Paolo Leni Spadafora, via Garibaldi, via Ecce Homo, dove c’è stata la sosta nella chiesa omonima, via Luciano Nicastro, via Roma, via G. B. Odierna, via M. Rapisardi, fino a piazza San Giovanni. Balconi addobbati, luci accese, applausi, preghiere e un affetto tangibile hanno accompagnato il passaggio del simulacro, segno di una devozione che continua a essere profondamente radicata nella comunità ragusana.
All’arrivo in piazza, il vescovo Giuseppe La Placa ha rivolto il tradizionale saluto ai fedeli della diocesi e della città, seguito dall’Atto di affidamento a San Giovanni Battista. Un momento intenso, nel quale la città si è riconosciuta nel suo Patrono, ritrovando nel suo sguardo e nella sua testimonianza un riferimento spirituale e civile.
Il vescovo ha consegnato alla comunità un messaggio che ha dato alla festa il suo significato più profondo. Ha ricordato come San Giovanni sia passato davanti alle case, alle famiglie, ai bambini, ai giovani, agli anziani e ai malati, guardando la città nella sua bellezza e nelle sue ferite. Ha invitato tutti a portare nelle proprie scelte e nella vita quotidiana la domanda che la gente rivolgeva al Battista nel deserto: “Che cosa dobbiamo fare?”. Una domanda che interpella la Chiesa, la città e ciascuno: cosa dobbiamo fare perché Ragusa sia più umana, perché nessuno si senta solo, perché i giovani possano guardare al futuro con fiducia, perché le famiglie siano sostenute, perché chi è fragile trovi accoglienza e appartenenza. Una strada che, ha ricordato il vescovo, ha un nome preciso: Gesù Cristo, e passa attraverso i volti delle persone che incontriamo ogni giorno.
La serata si è conclusa con uno spettacolo che ha unito arte e spiritualità: il video mapping sulla facciata della Cattedrale, curato dall’artista Elisa Nieli di Palazzolo Acreide, seguito dallo spettacolo pirotecnico della ditta Fuochi Chiarenza di Belpasso che era stato preceduto dall’ingresso del simulacro del Patrono in Cattedrale.
La festa di San Giovanni Battista si chiude così nel segno della comunità, della fede e della responsabilità condivisa. Una tradizione che non si limita a custodire il ricordo di un’emozione, ma che consegna alla città una parola capace di accompagnare la vita di tutti. Ragusa saluta il suo Patrono con gratitudine, pronta a portare avanti quella domanda che il Battista continua a rivolgere: che cosa dobbiamo fare per essere una comunità più giusta, più accogliente, più fraterna.

