Rifondazione Comunista: le raffinerie di Priolo, Augusta, Milazzo e Gela….

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La Sicilia è, suo malgrado, una delle grandi piattaforme petrolifere ed energetiche d’Italia. Nei suoi porti arrivano enormi quantità di greggio, nei suoi impianti viene raffinata una quota gigantesca dei prodotti petroliferi destinati al mercato nazionale e internazionale, nei suoi territori sono concentrate infrastrutture industriali strategiche per l’intero Paese. Ma poco o quasi nulla di questa ricchezza rimane davvero in Sicilia, sebbene la retorica leghista e nordista abbia per anni inculcato nel senso comune un messaggio opposto.

Nel 2023 le raffinerie siciliane di Priolo, Augusta, Milazzo e Gela hanno realizzato complessivamente circa 29,9 milioni di tonnellate di lavorazioni, pari a circa il 41,3% delle lavorazioni complessive delle raffinerie italiane (secondo il quadro statistico UNEM). È una concentrazione industriale enorme. Significa che una parte decisiva della trasformazione del petrolio in carburanti e altri prodotti energetici avviene in Sicilia. Il valore economico della filiera è gigantesco con un volume di affari di decine di miliardi di euro, ma il sistema fiscale nazionale continua a trattare quel valore come se il luogo nel quale la ricchezza viene materialmente prodotta fosse un dettaglio irrilevante.

Le accise sui prodotti energetici sono entrate erariali. Non vengono automaticamente riconosciute alla Sicilia perché il carburante è stato raffinato nell’Isola. Ma questa, sebbene da sempre sottaciuta, è una delle grandi anomalie della specialità siciliana che invece lo prevede esplicitamente nello Statuto. Lo Stato incassa, mentre alla Regione restano competenze, problemi e una parte dei costi che quella stessa industria scarica sui territori.

L’accordo Stato-Regione del 2021 riconosceva esplicitamente che la partita delle accise era ancora «sin qui irrisolta» e prevedeva un percorso per affrontare la revisione complessiva delle norme finanziarie di attuazione dello Statuto. Nel maggio 2025 il governo regionale ha annunciato addirittura la riapertura del tavolo con il ministero dell’Economia per discutere nuovamente l’attuazione finanziaria degli articoli 36 e 37 dello Statuto.

Sono decenni che la Sicilia aspetta l’attuazione vera dello Statuto e, quindi, della Costituzione Repubblicana. E mentre aspetta, paga.

Paga il consumo dei territori. Paga il rischio industriale. Paga l’inquinamento e le bonifiche. Paga la crisi ambientale di aree come Priolo, Melilli, Augusta, Milazzo e Gela. Paga attraverso servizi pubblici insufficienti e infrastrutture inadeguate. Paga anche quando alla pompa il prezzo dei carburanti rimane tra i più alti d’Italia. Nel settembre 2026 il prezzo medio regionale è intorno a 2,19 euro al litro per il gasolio e 2,07 euro per la benzina, tra i livelli più elevati registrati nel Paese. Paradossalmente, la Sicilia ospita, a caro prezzo, una quota enorme della raffinazione italiana e in cambio subisce prezzi del carburante alle stelle.

Il grande assente dal dibattito politico, infatti, è la piena attuazione dello Statuto sebbene venga celebrato in ogni momento nei discorsi ufficiali, ma completamente disatteso nella sua sostanza finanziaria.

L’articolo 37 dello Statuto, che ha rango costituzionale, è ben lontano dalla sua piena attuazione che continua a essere rimandata, negoziata, riscritta, subordinata ai rapporti di forza tra Palermo e Roma. Lo Statuto contiene da decenni una disciplina speciale della fiscalità regionale e la sua concreta attuazione finanziaria, compresa la controversa questione delle accise e delle entrate erariali, continua a essere oggetto di negoziazione con lo Stato. La Sicilia viene continuamente invitata a essere “responsabile”, a contenere la spesa, a contribuire al risanamento della finanza pubblica. Ma quando si tratta di riconoscere fino in fondo le risorse che lo stesso ordinamento riconosce alla Regione, improvvisamente tutto diventa complicato.

Si tratta di una scelta politica e la retorica dell’autonomia differenziata è in realtà un’ipocrisia delle le Regioni del Nord, del centrosinistra e del centrodestra, che rivendicano maggiori competenze e una quota molto maggiore del gettito prodotto nei propri territori a scapito del Sud.

La Sicilia invece non deve chiedere l’elemosina a Roma, ma rivendicare ciò che le spetta, ovvero la piena e immediata attuazione degli articoli 36 e 37 dello Statuto. Riconoscimento delle prerogative fiscali della Regione sulle attività industriali realizzate nell’Isola. Una quota adeguata delle risorse fiscali generate dalla filiera energetica.

Un piano straordinario di bonifica e risanamento dei territori industriali. Investimenti pubblici nella transizione energetica. Difesa del lavoro e costruzione di nuova occupazione nelle aree della raffinazione e della petrolchimica. Naturalmente, non vogliamo semplicemente che una parte maggiore dei soldi resti a Palermo per essere distribuita secondo le vecchie logiche del potere regionale, clientelare e corrotto.

Vogliamo che la ricchezza prodotta in Sicilia venga trasformata in diritti, servizi, lavoro, bonifiche e ambiente. Non per difendere all’infinito il modello fossile, ma per impedire che il conto della transizione venga scaricato ancora una volta sui lavoratori e sulle popolazioni siciliane mentre i profitti e il gettito fiscale continuano a finire altrove.

La Sicilia ha ospitato per decenni una parte essenziale dell’apparato energetico italiano. Ha dato porti, territori, lavoro, infrastrutture e ambiente. Adesso deve pretendere qualcosa in cambio. Non più una Sicilia che raffina e paga mentre il potere statale incassa. Una Sicilia che pretende di decidere sulla ricchezza prodotta nel proprio territorio e di utilizzarla per cambiare il proprio modello di sviluppo. Questa non è una concessione. È una questione di giustizia sociale, di democrazia e di attuazione della Costituzione.

di Redazione13 Set 2026 18:09
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