IL CORAGGIO DELLA PAROLA E LA SAPIENZA DEL SILENZIO

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Pubblichiamo l’omelia del Vescovo di Ragusa Mons. LaPlaca in occasione della Festa di San Giovanni svoltasi sabato scorso.
Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, oggi la liturgia ci convoca per celebrare solennemente il martirio del nostro Patrono, Giovanni Battista, ultimo dei grandi profeti dell’Antica Alleanza e primo grande testimone della Nuova. Dio lo ha scelto e consacrato per preparare la via alla venuta del Messia e, fino al dono supremo della vita, egli è rimasto fedele alla missione ricevuta. Giovanni è Precursore dall’inizio alla fine della sua vita. Lo è nella nascita, perché viene alla luce prima del Cristo; lo è nella predicazione, perché chiama Israele alla conversione e prepara i cuori ad accogliere il Salvatore; lo è nella testimonianza, perché indica con umiltà Colui che viene dopo di lui, dichiarandosi indegno persino di sciogliergli i legacci dei sandali (cfr. Mc 1,7). E lo è, infine, nel martirio. La sua morte porta a compimento la testimonianza della sua vita e diviene profezia della Pasqua di Cristo: il suo sangue, versato per la verità e la giustizia, anticipa quello dell’Agnello immolato per la salvezza del mondo, la cui venuta Giovanni aveva annunciato sulle rive del Giordano (cf. Gv 1,29).

In Giovanni la vocazione profetica raggiunge la sua forma compiuta: indicare Cristo con la parola, preparare la sua venuta con la vita e rendergli testimonianza fino al dono di sé. È questa fedeltà radicale alla propria vocazione che oggi siamo chiamati a contemplare nella testimonianza del nostro Patrono. Già nella chiamata di Geremia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, la liturgia ci offre i tratti essenziali di ogni autentica vocazione profetica: Dio sceglie, consacra e invia; il profeta accoglie la sua Parola e la proclama senza lasciarsi intimorire dalle opposizioni e dalle prove. «Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò. Non spaventarti di fronte a loro» (Ger 1,17). E ancora: «Essi ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti» (Ger 1,19). Ciò che in Geremia viene annunciato come promessa, in Giovanni Battista diventa esperienza vissuta. Anch’egli è stato scelto e consacrato per una missione precisa: preparare la via del Signore e rendere testimonianza alla verità. La sua forza non nasce da sé, ma dalla Parola ricevuta e alla quale ha consegnato la propria esistenza. Per questo, anche davanti ad Erode, può parlare con libertà e senza compromessi: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello» (Mc 6,18). È la libertà di chi sa di appartenere totalmente a Dio. Per questa fedeltà alla Parola viene arrestato, imprigionato e infine decapitato.

Ma Giovanni, prima ancora di essere un uomo della parola, è un uomo del silenzio. La sua voce nasce dal deserto, da quel luogo nel quale ha imparato ad ascoltare Dio prima di parlare agli uomini. Il silenzio, infatti, non è il contrario della parola: ne è la sorgente. Soltanto chi ha imparato ad ascoltare, soltanto chi sa fare silenzio davanti a Dio può trovare parole capaci di parlare al cuore degli uomini. Davanti a Erode, quando avrebbe potuto cercare parole per salvare sé stesso, Giovanni tace. Anche il suo silenzio diventa così parte della sua testimonianza. Egli sa quando parlare e quando tacere: parola e silenzio sono entrambi consegnati alla verità e alla missione ricevuta. È qui che la figura del Battista diventa particolarmente esemplare per noi. La vita cristiana non chiede semplicemente il coraggio di parlare, ma anche la capacità di discernere quale parola pronunciare, quando farlo e quando, invece, il silenzio sia la forma più autentica della carità. Ci sono, infatti, parole che costruiscono e parole che feriscono; parole che nascono dall’amore e parole dettate dal bisogno di affermare noi stessi. Allo stesso modo, ci sono silenzi che custodiscono, che rispettano, che lasciano spazio all’altro, ma ci sono anche silenzi che, per paura, interesse o convenienza, diventano complicità.

Chiediamoci allora: quando è giusto parlare e quando è meglio tacere? Quando il silenzio è prudenza, carità e sapienza evangelica, e quando invece diventa connivenza? Quando la nostra parola nasce dalla fedeltà a Cristo e dal desiderio di servire la verità, e quando è dettata, piuttosto, dal bisogno di avere ragione, di ferire o di affermare noi stessi? Questo discernimento è ancora più necessario nel tempo che viviamo, nel quale siamo continuamente esposti a un eccesso di parole, opinioni e giudizi. Da una parte ci sono parole superficiali o aggressive, capaci di alimentare sospetto, divisione e risentimento; dall’altra, silenzi che fanno male: quelli di chi non vuole esporsi, di chi tace davanti all’ingiustizia per salvaguardare la propria tranquillità o reputazione. C’è chi parla quando sarebbe più saggio tacere e chi tace proprio quando avrebbe il dovere di parlare. Il Battista ci insegna una sapienza diversa: una parola che nasce dal silenzio e un silenzio che nasce dalla verità e dell’amore. Giovanni ha imparato questa sapienza nel deserto. Prima di diventare la voce che grida, è stato un uomo capace di stare nel silenzio davanti a Dio. Per questo le sue parole non erano vuote né improvvisate: nascevano da un cuore plasmato dall’ascolto.

Il silenzio è una virtù quando nasce dall’umiltà: quando rinunciamo a giudicare, quando non alimentiamo il pettegolezzo, quando non sentiamo il bisogno di avere sempre un’opinione su tutto. Non ogni parola, infatti, per il solo fatto di essere pronunciata, è una parola che edifica. Quante ferite potrebbero essere evitate se imparassimo a custodire la lingua da parole inutili, critiche sterili, giudizi affrettati e commenti che non costruiscono nulla! Ma il silenzio rischia di diventare complicità quando nasce dalla paura, dalla convenienza o dal desiderio di non compromettere la propria immagine. La cultura del «vivi e lascia vivere», quando diventa il modo per non prendere posizione davanti al bene e al male, rischia di trasformarsi in indifferenza. Ci sono situazioni nelle quali tacere non significa essere prudenti: significa lasciare che il male continui a ferire, che l’ingiustizia resti senza voce, che chi soffre rimanga solo.

La testimonianza del Battista interpella ciascuno di noi. Le nostre comunità cristiane e la nostra città hanno bisogno di cristiani e di cittadini che sappiano tacere quando le parole dividono e feriscono, ma che sappiano anche parlare quando il silenzio diventerebbe complicità davanti all’ingiustizia, alla povertà, alla solitudine delle famiglie, allo scoraggiamento dei giovani, alla cultura dell’indifferenza. Quando il Battista tace, il suo silenzio non è fuga dalla realtà: è un silenzio abitato dalla presenza di Dio. Quando, invece, denuncia davanti a Erode l’illeggittimità della sua unione, non parla per spirito di polemica né per desiderio di condannare, ma perché ama la verità e, soprattutto, ama l’uomo. La verità, infatti, non è mai contro la persona: è sempre a favore della sua libertà e del suo bene. Per questo Giovanni non può tacere: in quella circostanza, il silenzio avrebbe significato venir meno alla missione ricevuta da Dio. Giovanni ci consegna, dunque, una lezione che riguarda non soltanto ciò che dobbiamo dire, ma anche ciò che dobbiamo imparare a tacere. In lui parola e silenzio non sono opposti, ma due forme della stessa fedeltà: a Dio, alla verità, all’uomo e alla missione ricevuta. Per questo la Chiesa continua a guardare a Giovanni Battista come al modello della libertà umana e cristiana: una libertà capace di parlare quando la verità lo esige e di tacere quando la parola non serve al bene.

È questa la grazia che chiediamo oggi al nostro Patrono: imparare il silenzio che ascolta, la parola che testimonia e la libertà che, nell’uno e nell’altra, cerca soltanto la fedeltà a Cristo e alla propria coscienza. Anche non ha mai separato l’annuncio della misericordia dalla denuncia del male. Fu messo a morte anche perché smascherò l’ipocrisia e denunciò le ingiustizie che deturpavano il volto della fede e della vita sociale del suo tempo (cfr. Mt 23,13-32). Avrebbe potuto limitarsi ad annunciare la Buona Novella senza prendere posizione davanti al male; forse sarebbe stato maggiormente tollerato, come uno dei tanti maestri e predicatori. Ma l’amore per l’uomo e la fedeltà alla verità non gli permisero di tacere. Il silenzio di fronte all’ingiustizia, infatti, non è mai del tutto neutrale: può diventare complicità, soprattutto quando nasce dal desiderio di salvaguardare i propri interessi o dalla scelta della convenienza al posto della fedeltà al Vangelo. Ancora una volta comprendiamo il legame profondo tra parola e silenzio. Non ogni silenzio è evangelico, così come non ogni parola è profetica. Il criterio non è parlare o tacere per principio, ma lasciarsi guidare dalla verità, dalla carità e dal bene dell’altro.

Fratelli e sorelle, una Chiesa che ama la propria terra non può, e non deve rinunciare alla sua vocazione profetica. Forse si preferirebbe una Chiesa innocua, che non inquieti le coscienze, non ponga domande scomode, non richiami alle responsabilità. Ma una Chiesa che ama davvero la propria gente non può scegliere la strada dell’irrilevanza: è chiamata ad annunciare il Vangelo nella sua interezza, anche quando la sua parola mette in discussione abitudini, interessi e sicurezze. Accompagnare con misericordia ogni persona, educare alla libertà evangelica, alla scelta del bene e alla responsabilità civile, significa anche avere il coraggio di guardare in faccia ciò che ferisce la vita, genera esclusione e impoverisce il tessuto della comunità. Per questo, come il Battista, la Chiesa è chiamata a esercitare con parresia la propria voce profetica, soprattutto quando sono in gioco la dignità della persona e la costruzione di una convivenza più giusta, più umana e più solidale. Chiediamo oggi a san Giovanni Battista di intercedere per la nostra Diocesi, per i sacerdoti, i consacrati e tutti i fedeli laici. Ci ottenga il coraggio della parola quando è necessario annunciare la verità e contrastare il male, e la sapienza del silenzio quando siamo chiamati ad ascoltare Dio e a custodire la comunione. Ci insegni a non avere paura della verità, ma anche a non confondere la franchezza con l’aggressività, né la prudenza con la codardia. Ci insegni quella libertà interiore che permette di parlare quando il Vangelo lo esige e di tacere quando la carità lo domanda. Così, nella parola e nel silenzio, anche la nostra vita potrà diventare una voce che prepara la strada al Signore, una voce umile e lib

di Redazione31 Ago 2026 17:08
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