Riflessioni, anare, sulla chiusura del Cinema Madisin a Ragusa.

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È di stamattina il post di Manuele Ilari, proprietario del Madison Cinemas di Ragusa, che nette la parola “fine” sulla vicenda che da oltre tre mesi tiene spente le sale dell’unico multisala del capoluogo.

Ilari, sintetizzando il lungo post dove individua nell’amministrazione comunale la responsabilità di tutto, afferma che: “Perse le uscite più importanti dell’anno. La decisione è presa, non riapriremo”.
Non è questa la sede per definire chi ha responsabilità e colpe in questa triste vicenda. A fate ciò saranno le aule dei tribunali amministrativi o eventualmente quelle civili .
Certo, una idea chi scrive c’è l’ha , ma mi interessa di più capire che cosa ci lascia e cosa significa la chiusura a Ragusa di uno dei pochi presidi culturale della città.
Perche alla fine i proiettori che si spengono non fanno mai un rumore improvviso; si tirano dietro un silenzio pesante, quello che si arrampica sui sedili del cinema prima che qualcuno ci metta sopra un telo di plastica per difenderli dalla polvere. La chiusura del Cinema Madison a Ragusa non è solo la cronaca di un’impresa commerciale che sbanda e abbandona sotto il peso di una vicenda di cattiva/ordinaria burocrazia né un semplice possibile cambio di proprietà.
È, semmai, l’ennesima conferma di quanto si sia di fatto anestetizzato il nostro modo di perdere le cose.
Questa chiusura ci lascia una sensazione amara, di quelle che non passano con un sospiro di circostanza. La vicenda del Madison ci consegna la fotografia precisa di una comunità che si scopre sempre più povera di spazi di condivisione, ma che sembra aver smarrito persino la capacità di dispiacersene davvero. Ci siamo abituati a consumare le storie in solitudine, rannicchiati sui nostri divani, inghiottiti dal blu freddo degli schermi domestici, dimenticando che andare al cinema non è mai stato soltanto “guardare un film”. Era ed è uscire di casa, incrociare lo sguardo del bigliettaio, fare la fila, commentare a voce bassa a luci ancora spente, condividere lo stesso buio con degli sconosciuti, o mangiare una pizza dopo la proiezione.
Ogni vetrina che si spegne e ogni sala che chiude contraggono il tessuto sociale della città, trasformandola sempre più in un dormitorio o in un mero palcoscenico per il consumo rapido.
Ci siamo illusi che l’offerta infinita delle piattaforme streaming potesse sostituire l’esperienza culturale; la realtà è che abbiamo barattato un rito collettivo, quello di andare al cinema, con un consumo privato e frammentato.
In tutto questo ciò che colpisce veramente è la rassegnazione delle istituzioni e dei cittadini:
Il rimpianto arriva sempre dopo, puntuale e inutile, sotto forma di post nostalgici sui social network. Un cordoglio digitale che dura ventiquattr’ora e che non ha mai staccato un singolo biglietto al botteghino quando serviva davvero.
Il Madison chiude e ci lascia esattamente questo: un vuoto che nessuna app di streaming potrà riempire e la sgradevole certezza che, passo dopo passo, stiamo accettando di vivere in una città sempre più lucida, resa sempre più moderna grazie agli ingenti investimenti del PNNR vantati dell’amministrazione comunale ma irrimediabilmente desertificata sotto il profilo culturale.

di Peppe Lizzio03 Ago 2026 15:08
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