La privatizzazione della SAC necessaria e urgente.
L’aeroporto di Catania non è una poltrona: perché la privatizzazione della SAC non può più attendere.
L’aeroporto Fontanarossa di Catania è il vero polmone economico della Sicilia orientale, una porta d’accesso fondamentale per milioni di turisti, professionisti e merci. Eppure, ogni volta che si prova a fare il salto di qualità definitivo verso un modello di gestione moderno, efficiente e internazionale attraverso la “privatizzazione della SAC”, si alza il muro difensivo della vecchia politica nostrana e di soggetti che cercano solamente visibilità.
Il copione si ripete sempre uguale a se stesso, ed è ora di chiamare le cose con il loro nome.
Il capitale privato non è un nemico, è l’unico carburante per crescere.
Gestire uno dei principali scali d’Italia con la mentalità e i tempi dell’amministrazione pubblica o, peggio, delle dinamiche di partito, è un lusso che il territorio non può più permettersi. Gli esempi vincenti in Italia non mancano: da Venezia a Napoli, fino a Roma, l’ingresso di capitali e partner industriali privati nei gestori aeroportuali ha portato a un’accelerazione degli investimenti, al restyling dei terminal, al potenziamento delle rotte internazionali e alla creazione di migliaia di posti di lavoro nell’indotto.
Affidare la SAC a investitori internazionali specializzati non significa “svendere un gioiello di famiglia”, ma fornirgli le risorse finanziarie e le competenze manageriali necessarie per fare di Catania e Comiso un vero hub euro-mediterraneo.
Il vero motivo per cui la privatizzazione fa paura a una certa parte della politica non ha nulla a che vedere con la tutela dell’interesse pubblico. La vera paura è la perdita del controllo. Un gestore privato risponde al mercato, ai bilanci e alla qualità del servizio erogato ai passeggeri, non alle logiche di spartizione o alle richieste di favori da segreteria politica.
L’uscita degli enti pubblici dal controllo di maggioranza significherebbe interrompere la catena della lottizzazione manuale: stop alla scelta dei vertici su base d’appartenenza di partito e via libera a una governance di respiro internazionale guidata dal merito e dagli obiettivi di crescita.
Una difesa di campo anacronistica
In questo scenario, si manifesta con la ferma opposizione portata avanti da Raffaele Lombardo e dal Movimento per le Autonomie che è la sintesi perfetta del conservatorismo politico che per decenni ha zavorrato lo sviluppo dell’isola. Agitare lo spauracchio della “perdita di sicilianità” o avanzare dubbi pretestuosi ogni volta che si parla di aprire il capitale ai privati non è una battaglia di libertà, ma una *”difesa d’ufficio del vecchio status quo”.

Legare le sorti dell’aeroporto alle oscillazioni delle coalizioni regionali o agli equilibri interni ai partiti significa condannare lo scalo all’irrilevanza competitiva nel lungo periodo. Chi oggi, come Lombardo, rema contro il processo di privatizzazione della SAC, si assume la responsabilità politica di bloccare lo sviluppo infrastrutturale della Sicilia orientale per mantenere un’ipoteca su una delle ultime roccaforti di potere pubblico-gestionale dell’isola.
La scelta non è più rinviabile,
La Sicilia non ha bisogno di protezionismi di facciata che servono solo a preservare sfere d’influenza politica. Ha bisogno di infrastrutture all’altezza delle sfide globali, di aeroporti moderni, connessi e gestiti da professionisti della mobilità. La privatizzazione della SAC è il passaggio obbligato per affrancarsi da una politica padrona e restituire ai cittadini un servizio di livello europeo. Tutto il resto è solo tatticismo da prima repubblica.

