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Quanti medici servono al SSN

Quanti medici servono al SSN
Settembre 26
09:462018

Sono già in tanti i giovani che, seppur ancora all’ultimo anno del liceo e quindi in attesa di fare gli esami di maturità, pensano ai test d’ammissione all’università. Quella di Medicina è la facoltà più ambita ed i test sono difficili e costosi. A parte le tasse di iscrizione ai test bisogna dire che i genitori devono affrontare spese di trasferimento, soggiorno etc etc. Ma è giusto questo? Il Codacons ad esempio si è schierato totalmente a favore della Ministra della Salute, Giulia Grillo, che ha annunciato la possibilità di rivedere i test di ingresso alla facoltà di medicina. “I test di ammissione, dicono al Codacons, non hanno alcun rapporto con il reale fabbisogno di medici e dentisti nel nostro paese, ed esistono solo perché le università italiane non possono accogliere tutti gli studenti che ne fanno richiesta. Il numero chiuso finisce così per ingrassare le casse delle facoltà universitarie ed essere altamente discriminatorio per gli aspiranti camici banchi visto che in pratica sono riservati a chi può permetterselo e quindi creano un danno alla collettività.

Come si può fare dunque? Se i test di ammissioni venissero aboliti si potrebbe adottare il metodo del “merito” analogo a quello francese, dove la selezione avviene in modo naturale e nel primo anno di università. In Francia infatti le matricole del corso di medicina devono finire il primo anno avendo sostenuto tutti gli esami: così facendo la selezione avviene sulla base di reali meriti e non sulla base di una prova spesso irregolare e priva di ogni senso logico”.

Ci sembra una nota piena di senso pratico e speriamo di riuscire a sensibilizzare chi di dovere. Per quanto riguarda invece la situazione generale riportiamo parte di un articolo pubblicato sul Sole24ore:

L’ Anaao propone una chiave di lettura tecnica, un algoritmo e una serie di proposte per un calcolo appropriato tra domanda e offerta, ampliando le possibilità del post lauream. Cinque i presupposti:facilitare il precoce ingresso nel Ssn; svincolare il percorso formativo dall’Università, almeno in parte; confrontarsi con l’Europa; prevedere una forma di part time ospedaliero in cui il giovane medico, adeguatamente tutorato, gradualmente “sostituisce” l’over 60 che potrà su base volontaria lavorare nel territorio; migliorare l’inquadramento previdenziale.

L’iter di formazione di un medico è tra i più lunghi nell’ambito delle discipline scientifiche. Infatti, dopo il conseguimento di una laurea magistrale a ciclo unico (sei anni, unicum tra le lauree), è obbligatorio, per accedere al Ssn, il superamento dell’esame di stato (circa tre mesi di tirocini obbligatori più la prova finale) e il conseguimento di un diploma di specializzazione o di formazione specifica in medicina generale (della durata variabile, a secondo del percorso scelto, dai tre anni fino a un massimo di cinque anni), con accesso alla formazione post lauream generalmente oltre un anno dopo dal conseguimento della laurea. Pertanto, un medico specialista impiega, nella maggioranza dei casi, circa 11-12 anni per poter lavorare per il Ssn.

«In ambito di formazione medica – spiega Carlo Palermo, vice segretario nazionale vicario Anaao Assomed – un’attenta e puntuale programmazione adeguata ai fabbisogni del Ssn è essenziale per la gestione ottimale delle risorse umane ed economiche, per poter propendere al top della qualità della sanità pubblica. Invece nell’ultimo decennio si è assistito a una pianificazione frettolosa, approssimativa ed errata, con risvolti allarmanti, quali la perdita della continuità formativa specialistica per molti neo-laureati in Medicina e Chirurgia e l’inesorabile scadimento della qualità assistenziale medica del Ssn».

«Queste problematiche – conlcude Palermo – se continuerà l’invarianza di programmazione, si aggraveranno di anno in anno fino a far collassare l’intero sistema sanitario».

Si parte dagli accessi a Medicina. La “cura” Anaao è semplice: «ridurre gli accessi a medicina a 6.200/anno fino al 2022-2023 per assorbire gli eccessi degli iscritti in sovrannumero», spiega Domenico Montemurro, responsabile nazionale di Anaao Giovani.

«Lo Stato sa di quanti medici ha bisogno – continua Montemurro – e interviene programmando esso stesso gli accessi al corso di Laurea in Medicina e Chirurgia e mettendo a bando contratti statali di formazione specialistica. È inutile formarne di più, perché farlo ha un costo non irrisorio. Pertanto, se si conosce il fabbisogno di medici specialisti (numero espresso dalle Regioni triennalmente), la programmazione della formazione medica diventa abbastanza semplice, almeno sulla carta».

Servono 3.228 contratti di specializzazione in più all’anno
E per il post lauream? Alla luce dei dati, secondo un obiettivo di pareggio delle cessazioni nei prossimi 10 anni, e un obiettivo di applicazione standard su base Dm 70 a invarianza di “carico di lavoro medio nazionale”, il numero di contratti di formazione specialistica attuali (media 6.100) devono essere incrementati nel prossimo quinquennio nell’ottica di potenziare le attuali assunzioni nel Ssn di 3.228 medici/anno».

Ma la coperta è corta. Quindi, fatti salvi i 6.105 contratti pagati con l’attuale fondo statale per la formazione specialistica, «sarebbe auspicabile che le Regioni contribuissero all’aumento dei contratti di formazione specialistica – sottolinea l’Anaao- diventando protagoniste della programmazione e del cammino formativo dei giovani medici specializzandi e della sostenibilità generale del sistema. Con il loro aiuto e lo stanziamento di ulteriori 1.862 contratti (differenza tra posti Miur e fabbisogno regionale calcolata sull’ultimo anno accademico), il gap tra partecipanti al concorso e posti a bando si ridurrebbe sensibilmente negli anni a venire.

Il costo complessivo dell’operazione, secondo il sindacato, è stimabile in quasi 190 milioni di euro (per specializzazioni di durata quadriennale) e ammonterebbe a poco più di 9 milioni di euro per le 20 Regioni italiane. «Una cifra oggettivamente alla portata di ogni bilancio regionale. Pertanto, le Regioni dovrebbero farsi carico della differenza tra posti ministeriali e fabbisogno, che esse stesse devono indicare ogni 3 anni», ribadisce Montemurro.

La formazione «on the job»
La recente legge Lorenzin prevede l’individuazione della rete formativa. Attraverso modalità negoziate dovranno essere individuati Teaching hospital deputati a una formazione “on the job”.

«Nel dettaglio, la nostra proposta prevederebbe, dopo i primi anni passati tra le mura universitarie, il completamento della formazione per 24 mesi in ospedali extra-universitari che abbiano specifici requisiti di “ospedali di apprendimento” come previsto dal DM sull’accreditamento delle Scuole di Specializzazione, mediante la stipula di un contratto ad hoc di formazione medica abilitante a tempo determinato, con finanziamento integrativo regionale, al posto dell’attuale contratto di formazione specialistica. In alternativa l’integrazione di contratti a carico delle Regioni potrebbe essere destinato fin dall’inizio ad un percorso formativo post-lauream aggiuntivo a quello Universitario basato interamente sulla programmazione regionale, valorizzando l’immenso patrimonio culturale e di casistica presente negli ospedali del Ssn. «In pratica per i neolaureati – conlude Montemurro – è ipotizzabile un contratto di formazione-lavoro a tempo determinato a tutele crescenti, a invarianza della dotazione organica degli ospedali di rete, con insegnamento della parte teorica a carico delle Università e contestuale rilascio da parte della stessa con una valutazione finale che preveda la partecipazione del tutor ospedaliero».

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