Donna violata: il monologo sulle violenze domestiche celate
“Donna violata”, un monologo di Rita Buscemi scritto in occasione della “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne” per ricordare anche le violenza tra le mura domestiche.
**Ti guardi allo specchio, desolata più che mai. Il livido sull’occhio, regalo di un pugno abilmente assestato dove è più evidente per umiliarti ancora e azzerarti davanti agli altri, denuncia grumi di sangue e deturpa viso e sguardo. Fa male e brucia, ma le lacrime salate sul volto violato bruciano anche di più. Brucia anche l”orgoglio, calpestato una volta di più. Quale scusa inventare per non dire del mio uomo? Son caduta dalle scale, ho sbattuto contro il comodino mentre cercavo non so cosa? Per non parlare delle ferite nascoste, quelle interiori e quelle inflitte nel momento dell’intimità, dell’amore. Ma quale amore? Amore malato?. No, neanche, Brutalità, sadismo puro! Per umiliarti nella tua essenza di donna e femmina. Neanche in quei momenti gli vai bene, ma ti usa, Ti guardi ancora allo specchio, cercando la luce dei tempi passati nel riflesso degli occhi spenti, pieni delpianto represso in mille tempeste. Non sai ritrovarti; dov’è la luce di quando la vita sorrideva ed era una valanga di promesse? Di quando eri una ragazza brillante, attraente, garbatamente maliziosa, corteggiata, invidiata dalle amiche. E di quando hai scelto il più ambito e affascinante dei tuoi corteggiatori, che giocava con le donne e non sposava nessuna, Ma con te,.. Che fortuna, che gran prova d’amore,; con te faceva sul serio e si è impegnato per la vita. E che vita!. Lasciamo stare? No, è colpa mia, lui mi vuole bene, Mi ha solo chiesto, magari senza darmi possibilità di scelta, di lasciare il lavoro, Perché mi ama e vuole preservarmi da quanto di gravoso, per una donna, comporti, il lavoro fuori casa; E intanto ti mena. Si, per colpa mia. E’ geloso ma mi vuole bene, io lo provoco. Lui torna stanco dal lavoro. Sono una moglie inadeguata e incapace, proprio come dice lui. Oggi gliele ho strappate dalle mani, non gli ho fatto trovare il pranzo, non gli ho stirato la camicia degli impegni di lavoro, come mi aveva chiesto con garbo: che paura quando si è arrabbiato e ha accostato il ferro da stiro al mio viso. Lo ho fatto per ripicca. Crede che non lo sappia? Altro che impegni, andava da lei, da quella alla quale riserva modi dolci, coccole, rose, regali, Come faceva una volta con me. Ma non sono gelosa, se lo prenda pure, così scoprirà come è davvero. E sarò libera, io e i miei figli! Però, che moglie sono? Sento ancora la sua voce bassa e graffiante mentre mi afferra strappandomi i capelli e mi butta a terra trascinandomi sul pavimento: “Non servi a niente, non sai fare niente, sei meno di zero”. Non lo capisco che prova un gusto sadico a trattarmi così?.. E poi il sesso, la violenza che annulla anche l’ultima traccia di orgoglio e di dignità. E la paura di finire di nuovo in ospedale. E i miei figli? Se succedesse, non potrei più far loro da scudo come l’ultima volta. E le sue minacce per non denunciarlo e le accuse di essermi inventata tutto. Paura e confusione, però a modo suo mi vuole bene; è solo focoso, si accende facile. So che fra un po’ verrà a chiedermi scusa e medicarmi le ferite fattemi con le sue mani. Poi mi prenderà con dolcezza. Ma non riesco a perdonarlo. Ha ragione lui. Che moglie sono? Non voglio e non posso accettare che mio marito sia il mio aguzzino e carnefice. Mia figlia Sandra! Oddio, se incontrasse un uomo così! . E mio figlio Andrea, il piccolo; se diventasse un uomo come suo padre? Inorridisco. Allora non è vero che è un bravo marito. Che confusione! Mi gira la testa, i pensieri centrifugati nella mente: il panico, un baratro oltre il quale la mia testa si perde. Scoppio in pianto; non so più pensare e ho paura. E sono sola. Le sottili pareti di casa sono complici e denunciano ai vicini ciò che accade all’interno, Che vergogna! Ma l’omertà rende complici del mio carnefice anche loro, Mio marito, il padre dei miei figli aguzzino e carnefice? No. E’ tutta colpa della confusione messomi in testa dalla psicologa: questo è il risultato. Di cosa parlava? Sindrome di Stoccolma? Psicologi, medici, tutti teorici e teorizzatori. Che ne sanno della mia vita con un marito così adulato e desiderato dalle donne, così perbene? Ti guardi e sprofondi dentro l’immagine riflessa in un malinconico specchio, e continui a non ritrovarti. Di chi sono quegli occhi, quello sguardo perso senza luce né vita, quel viso stanco di chi non ha più voglia di vivere né di lottare. Una parola si strozza in gola ancor prima di essere detta, muore sulle labbra come un aborto. Aiuto, società perbenista, senza anima. Aiuto.. Ma sai che non ti ascolta e non ti ascolterà nessuno. E ti prende la paura che un giorno il tuo nome finisca come per tante altre, sulle pagine di cronaca nera. E che il dialogo con te stessa sia una sorta di necrologio di una morte annunciata.**

