14,1 miliardi di euro sprecati

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In un paese come il nostro, dove, purtroppo il 10% della popolazione vive sotto la soglia di povertà fa male al cuore vedere che c’ è un enorme spreco , quotidiano, di prodotti alimentari. Prendiamo ad esempio i supermercati che cercano di attirare i clienti a suon di
sconti fanno a gara a riempire, oltre modo,  i banconi, soprattutto del reparto fresco e quello della  gastronomia. Mi sono sempre chiesto che fine fa tutta la merce  che resta invenduta o che è a limite di scadenza. Eppure si tratta di risorse imperdibili. Lo spreco alimentare è un esito delle contraddizioni del consumismo, con tutta una serie di impatti sociali, economici e ambientali. Ogni italiano butta nella pattumiera mezzo chilo di alimenti a settimana, pari a 130 euro a testa, mentre la povertà alimentare morde i sei milioni che non riescono a garantirsi pasti giornalieri sufficienti. A Milano per rimettere in circolo il cibo invenduto, per evitare che finisca tra i rifiuti, l’associazione Recup  con la gratuità del dono e della condivisione,  si è impegnata a salvare i prodotti rimasti sul bancale o scartati e li redistribuisce ai singoli e ai partner che si occupano di assistenza alimentare.  “E’ nato tutto dal basso, in maniera spontanea, da tre ragazze che si trovavano al mercato di viale Papiniano, nel centro di Milano, e vedendo che gran parte di quello che veniva sprecato era recuperabile, decidono di rimetterlo in circolo”, racconta. Allestiscono il primo banchetto per la raccolta e spiegano ai commercianti la loro idea, recuperare l’invenduto, il cibo troppo maturo o l’eccedente di ordini troppo alti, soprattutto frutta e verdura, e ridistribuirlo, mentre cercano volontari con cui condividerlo, anche coinvolgendo chi già lo faceva in solitaria, come le persone anziane o chi vive ai margini della società. “All’inizio non tutti comprendevano bene la novità, poi hanno cominciato a collaborare”, aggiungono. Dai primi passi l’associazione è arrivata in venti mercati, tra Milano e Roma, dove in un anno raccoglie complessivamente oltre trecento tonnellate di cibo ancora commestibile da distribuire a chi ne ha bisogno, tra cui “coloro che restano fuori dai canali di distribuzioni dei pacchi alimentari”. Una pratica collettiva fatta da volontari vuol dire anche occasione d’incontro che può trasformarsi in relazione. Un impatto sociale importante per un Paese in cui il 40% delle persone anziane è solo.  Al momento si opera in due grandi città, dove non è facile stabilire connessioni”,  “con questa attività intercettano chi ha bisogno di una spesa gratis, ma spesso i problemi sono più di uno e per molta gente l’appuntamento al mercato diventa un momento di socialità”. La solidarietà di Recup non raggiunge solo i singoli che incontra, perché collabora con associazioni come la Croce Rossa, nelle sedi dell’hinterland milanese, quelle che si occupano di assistenza alimentare e le mense che preparano pasti per chi è in difficoltà. Il cibo diventa quindi il punto di partenza di qualcosa di più grande, importante e “nutriente” per la persona.
Benché ancora al di sopra della media europea, lo spreco alimentare degli italiani è in diminuzione, anche se non si è ancora raggiunto l’obiettivo di scendere sotto i quattro etti previsto dall’Agenda 2030. Questo scarto non ha solo un costo in termini monetari, 14,1 miliardi di euro secondo il rapporto “Il Caso Italia” presentato da Last Minute Market e l’Osservatorio Waste Watcher, ma anche ambientali. La responsabilità di quasi il 10% delle emissioni globali si deve allo spreco di cibo. “Significa sperpero di risorse, dal seme piantato nella terra all’acqua usata per irrigare fino alla logistica”, sottolinea D’Elia. Per misurare il proprio impatto ambientale, Recup inserisce in un software gestionale realizzato dal Dipartimento di informatica dell’Università statale di Milano i dati inerenti ai prodotti raccolti all’Ortomercato, “dal packaging al trattamento, che con il recupero del cibo si trasformano in acqua salvata e soldi risparmiati”. Il cibo è qualcosa che riguarda ognuno di noi almeno tre volte al giorno, quindi lo spreco alimentare è un problema su cui non si possono chiudere gli occhi. E sempre più persone li aprono, anche nei mercati. “C’è maggiore consapevolezza dell’importanza di questo tema, lo vediamo da chi si avvicina a noi e dalla crescente voglia di collaborare”, riconosce la portavoce dell’associazione. A quasi dieci anni dall’approvazione della legge Gadda, che mirava a ridurre gli sprechi lungo la filiera e a favorire il recupero e la redistribuzione delle eccedenze, secondo Recup c’è bisogno di fare un passo ulteriore. Così l’associazione ha lanciato una petizione che punta a raccogliere cinquemila firme entro la fine dell’anno per ottenere una legge per il recupero del cibo invenduto nei mercati, prevedendo tra l’altro l’istituzione di aree di recupero e redistribuzione, da assegnare alle organizzazioni del Terzo settore, e sgravi per i commercianti che scelgono di portare l’invenduto in uno di questi punti. “Le nostre richieste sono chiare e ci auguriamo vengano prese in considerazione”, conclude D’Elia, “la petizione consente di raggiungere tante persone che credono in quello che facciamo”.

Dal quotidiano online Interris

di Direttore29 Set 2025 23:09
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