Che succede al Liceo scientifico di Ragusa?
Per decenni l’Istituto Superiore “Enrico Fermi” è stato molto più di un semplice indirizzo scolastico: è stato il “porto sicuro” per intere generazioni di studenti, non solo della città ma di tutta la provincia. Eppure, i fatti emersi nelle ultime ore dipingono un quadro diverso, fatto di tensioni silenziose, corridoi carichi un disagio giovanile che non può più essere ignorato.
Al centro della protesta non ci sono solo le rivendicazioni sindacali o le canoniche lamentele studentesche. Emerge un dato allarmante: una didattica “accelerata” che sembra aver smarrito il senso dell’apprendimento. Molti studenti riferiscono di programmi portati avanti a ritmi forzati, con docenti che avrebbero già ultimato la mole di lavoro prevista per l’intero anno scolastico a metà febbraio.
Questa corsa al completamento delle pagine trasforma la scuola in una catena di montaggio, dove il ragazzo non è più un soggetto da formare, ma un contenitore da riempire in fretta. Il risultato? Un senso di alienazione che spinge molti a gettare la spugna.
Il dato più controverso riguarda l’esito di questo primo quadrimestre. Una pioggia di 7 in condotta è caduta sui registri, motivata dalle troppe assenze. Ma è qui che si apre la ferita più profonda: quelle assenze sono davvero un atto di insubordinazione, o sono piuttosto il segnale di un disagio emotivo?
> “Il 7 in condotta usato come sanzione per le assenze rischia di essere un cortocircuito educativo,” spiegano alcune voci vicine all’istituto. “Se un ragazzo non viene a scuola perché si sente schiacciato da un ambiente conflittuale o da ritmi insostenibili, punirlo nel voto di comportamento significa colpire l’effetto senza curare la causa.” >
Ciò che serpeggia tra le mura del Fermi sembra essere una vera e propria crisi del dialogo. Da una parte docenti arroccati dietro scadenze e valutazioni, dall’altra studenti che vivono un momento di fragilità complessiva. Il conflitto non è più solo didattico, è relazionale. Quando la scuola smette di essere un luogo di accoglienza e diventa un campo di battaglia fatto di note e assenze, a perdere è l’intera comunità educante.

Quanto accaduto stamattina merita di essere approfondito in tutte le sue sfaccettature ma la sensazione è che si sia giunti a un punto di non ritorno. Ragusa non può permettersi che una delle sue eccellenze formative diventi il simbolo di una rottura tra generazioni.
È necessario un momento di arresto: docenti, famiglie e istituzioni devono chiedersi cosa stia succedendo dietro quei banchi. Perché se gli studenti scelgono il silenzio dell’assenza, significa che la parola della scuola non riesce più a raggiungerli. È chiaro che la situazione al Fermi di Ragusa meriti un’attenzione che vada oltre la cronaca, toccando la sensibilità di chi la scuola la vive ogni giorno.
Speriamo che il dialogo possa riaprirsi presto per il bene dei ragazzi e della comunità scolastica.

