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Grande chiusura di stagione al teatro Donnafugata con “Si chiamava Gesù”

Grande chiusura di stagione al teatro Donnafugata con “Si chiamava Gesù”
aprile 10
18:49 2017

Il cristianesimo è una religione difficile”, dice Moni Ovadia, riferendosi (soprattutto) al porgere l’altra guancia. Ha ragione, però, in compenso, tra le religioni monoteiste è quella che propone un Dio non algido, compartecipe della gioia e della sofferenza: in una parola un Dio più umano. Questa umanità, sublime nonostante l’umana impossibilità di comprenderla, come anche di comprendere la paura, il livore, la disperazione, il dolore, lo stupore, il tradimento, perfino il tentativo di “farne a meno” da parte di coloro che gli sono stati e continuano a stargli vicino, basta per fare di Gesù il “più grande” comunque: per chi crede, esattamente come per chi non crede. E “Si chiamava Gesù”, splendida chiusura della stagione al Teatro Donnafugata di Ibla, preceduto dal bel corto di Alessia Scarso “Vasa Vasa” in perfetta quanto casuale sintonia col periodo, ne fornisce la più convincente e coinvolgente delle riprove. Tratto da “Gesù figlio dell’uomo” di Gibran Kahil Gibran e da “La buona novella”di Fabrizio De Andrè, che ne è insieme linea guida e colonna sonora, “Si chiamava Gesù” usa i recitativi di personaggi maggiori (Giuda, Pilato, il sommo sacerdote) e minori” (il cireneo, il ladrone, la madre del ladrone) in funzione di snodi agli “incroci” con le bellissime creazioni del cantautore genovese, consentendo l’agile, fluido, senza spigoli, dipanarsi della proposta. In scena solo due attori, Emanuele Puglia (anche regista) e Carmela Buffa Calleo, trasformati in una folla dal semplice, geniale, drappeggio di veli e di mantelli: entrambi magnetici, intensi, veri, bravissimi. Anche come interpreti, dalla fortissima, anche se non “classica” forza evocativa, di canzoni dalla toccante malia e dall’enorme potere di suggestione, rimasto intatto anche se adattate (non stravolte, tanto meno violentate) da arrangiamenti diversi, quanto “rispettosi” Luci, musiche, lunghi momenti in mezzo agli spettatori (due sere di tutto esaurito..e più), buio ad effetto, più il sudore e la fatica degli attori quasi toccati con mano a dare altro spessore. Grande teatro, delicato, rabbioso, amaro, tenerissimo, cattivo e struggente: ma non solo. Un teatro che ha reso impossibile non arrendersi ai (due-tanti) piccoli uomini e piccole donne alle prese con un mistero meraviglioso e insondabile adesso come allora, come anche non farsi domande e non scoprirsi incapaci di trovare le risposte. E che ha scavato dentro l’anima degli spettatori, ricordando come sia impossibile negare che quel Gesù che ha sfiorato i protagonisti del lavoro (per meno di un istante rispetto alla sua eternità, per l’eternità rispetto alle loro vite) da allora ha segnato l’umanità per sempre: chiunque si voglia credere sia stato. Complimenti doverosi e meritatissimi a Vicky e Costanza Di Quattro, insieme con Clorinda Arezzo, per una stagione caratterizzate da proposte tutte di alto livello: un teatro “piccolo” non vuol dire piccola qualità, e la stagione del teatro Donnafugata lo ha dimostrato con evidenza solare. Facendo subito nascere, ovviamente, l’attesa per la prossima.

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