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Cna Costruzioni. Una strategia comune per fare sbloccare le opere pubbliche

ottobre 26
11:05 2013

Cascone, Alecci, Scalone, SchininàUn articolato e dettagliato manifesto della filiera del settore delle costruzioni. Che tenga conto di tutte le mutate esigenze del comparto e, soprattutto, orienti verso le nuove tendenze progettuali legate ad una rigenerazione urbana sempre più connessa alle tematiche ambientali. E’ questo il senso del vertice sul tema tenutosi alla Cna promosso dalle Unioni di settore, Cna Costruzioni, Installazione e impianti, Produzione, alla presenza dei rispettivi presidenti, Bartolo Alecci, Maurizio Scalone e Antonio Cascone, con il responsabile provinciale Vittorio Schininà. Un appuntamento che intende lanciare un nuovo modo di programmare su un ambito di grande rilevanza strategica, come evidenziato dalla presenza del presidente regionale Cna Sicilia, Giuseppe Cascone, del presidente provinciale Cna Ragusa, Giuseppe Massari, con il segretario provinciale Giovanni Brancati. “La crisi è così devastante – afferma Cascone – che tutti siamo ormai convinti che non si potrà tornare indietro”. “Servono, piuttosto – aggiunge Massari – nuovi modelli sistemici. E’ necessario comprendere come affrontare queste difficoltà puntando sull’attivazione di nuovi percorsi”. E’ per tale motivo che Alecci sottolinea come “in questo settore la questione del frazionamento delle imprese, a causa dello scompenso tra domanda e offerta, risulti molto sentito. Sono proprio le suddette imprese, che non possono più sostenere determinati costi, ad essere costrette ad affrontare, ogni giorno, un problema strettamente correlato alla loro sopravvivenza”. Come venirne fuori? Una delle prime misure è quella di monitorare con attenzione, all’interno dei vari Piani triennali in fase di attuazione da parte degli enti locali territoriali, tutte quelle opere pubbliche, nella maggior parte dei casi anche piccole, che, già cantierabili, possono contribuire ad immettere denaro fresco in circolazione. “Stiamo parlando, d’altro canto, di opere che si pongono un traguardo specifico – continua il presidente Alecci – quello della riqualificazione del territorio. Ecco perché, da parte nostra, è fondamentale mettere in campo interventi di pungolo che ci aiutino a fare sbloccare quelle stesse realtà strutturali che potrebbero essere realizzate e che, magari, restano invischiate nelle pastoie burocratiche”. In questa direzione, anche il fatto che numerosi fondi legati a finanziamenti europei restino, tuttora, lettera morta, è una questione da sottoporre agli enti competenti affinché si possa registrare uno sblocco complessivo delle procedure. “Siamo convinti che tutto ciò può essere semplificato – asserisce dal canto suo Scalone – ecco perché marcheremo stretti uffici e settori dove riteniamo che si possano produrre risposte efficaci”. L’altro punto cruciale ha a che vedere con il nuovo modo di abitare. “Con la riqualificazione urbana – sostiene Schininà – e quindi con una inversione di tendenza rispetto al passato che poi deve anche tramutarsi in un atto di coraggio da parte degli enti locali nella fase di rivisitazione dei Piani regolatori generali (pensiamo, ad esempio, a strumenti come i Peep o i Piani particolareggiati) affinché all’interno di ciascuno tra questi possano essere calati piani integrati destinati alla creazione di eco-quartieri. E’ la nuova scommessa. E ciò presuppone una conoscenza approfondita delle linee urbanistiche complessive da adottare da parte dei vari amministratori chiamati ad esercitare un ruolo specifico in tale direzione”. Per Scalone, poi, puntare ad “implementare il progetto di rigenerazione urbana e ambientale, è l’unico modo che ci resta – asserisce – per continuare a sperare in un approccio del settore completamente differente dal solito. La visione complessiva che bisogna darsi ha a che vedere non con un singolo edificio ma con intere zone delle nostre città che devono essere completamente riqualificate seguendo un progetto complessivo”. C’è poi l’argomento dell’analisi delle procedure che riguardano le piccole e medie imprese, procedure che rischiano di diventare eccessivamente farraginose per tutti coloro che si dibattono con la crisi. “La gestione semplificata di alcuni modelli, come nel caso del Durc – spiega Antonio Cascone – è essenziale per favorire il ritorno ad un circuito virtuoso che altrimenti diventa vizioso e penalizza oltremodo ogni velleità di risalire la china da parte delle Pmi. Ci sono dei doveri a cui ogni azienda deve adempiere. Ma al contempo non si può dire che siano rispettati i tempi dovuti con riferimento ai diritti da fare valere. Pensiamo ad esempio ai pagamenti da parte della Pubblica amministrazione. Qualcosa dovrà cambiare. Altrimenti andremo sempre più indietro”.

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