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Cna Costruzioni: “Come uscire dalla crisi”

febbraio 12
11:01 2013

Bartolo Alecci presidente Cna costruzioni“La crisi del settore delle costruzioni è sotto gli occhi di tutti, i numeri che la contraddistinguono sono impressionanti. Eppure, rispetto a questo stato di cose, non si registra un allarme proporzionale alla dimensioni epocali di questa crisi. Forse perché non coinvolge nessuna grande impresa, capace di far parlare di sé sui media mentre lo stillicidio di una miriade di piccole e piccolissime imprese, spesso artigiane e con relativamente pochi addetti pro-capite, non fa notizia e non crea allarme sociale”.
E’ quanto sottolinea in una nota il presidente provinciale dell’Unione Cna Costruzioni, Bartolo Alecci, che lancia un allarme preoccupato a tutte le istituzioni e, in questa fase, pre-elettorale, a tutte le forze politiche, affinché si intervenga subito e con determinazione a tutela di un settore che, per dimensioni e capacità di rilancio dell’intera economia, non è secondo a nessuno e dunque merita più attenzione. “Le cause della crisi – chiarisce Alecci – sono molte e necessitano di interventi di varia natura. Intendiamo indicare cinque punti che la nostra associazione ritiene debbano essere affrontati ed avviati a soluzione senza indugio se si vuole che nel breve e medio periodo il settore non tracolli, ma, anzi, torni a crescere tornando a svolgere appieno il suo ruolo e possa rappresentare anche un volano per altri settori dell’economia provinciale e regionale. Bisogna investire nelle piccole opere, attivare gli incentivi fiscali, focalizzare le questioni legate al credito, procedere con la semplificazione della burocrazia e l’attivazione degli appalti pubblici”.
A scendere più nel dettaglio sui suddetti punti, è il responsabile provinciale dell’Unione, Vittorio Schininà. “Occorre dotarsi – spiega – di un grande programma volto alla realizzazione delle numerose “piccole opere” indispensabili alla messa in sicurezza del territorio, dai sempre più gravi rischi idrogeologici alla messa in sicurezza degli edifici pubblici, a partire da quelli scolastici, assicurando anche le necessarie manutenzioni, ordinarie e straordinarie. Per quanto riguarda gli incentivi fiscali, bene il “conto termico”, di recente adozione (come pure il piano città); è tuttavia necessario che gli stanziamenti previsti si trasformino subito in lavori: se dovessero trascorrere mesi, o, peggio, anni per l’attuazione, come farebbe presupporre la complessa procedura d’identificazione e selezione delle esigenze da soddisfare, l’effetto verrebbe vanificato; bisogna almeno attivare nell’immediato, anche con procedure eccezionali, sperimentali se necessario, alcune iniziative che consentano di testare in concreto difficoltà ed effetti di scelte assolutamente condivise. Ad ogni modo, le difficoltà economiche generali, indotte dalla crisi finanziaria, hanno provocato una crisi del settore pesantissima. Le imprese incontrano sempre maggiori ostacoli nell’accesso al credito; l’invenduto, l’introduzione di oneri fiscali impropri (l’attuale impostazione dell’Imu rappresenta un caso unico di tassazione magazzino) e la difficoltà nel riscuotere i propri crediti, in particolare nei confronti della Pubblica amministrazione, hanno provocato una crisi di liquidità che sta strangolando anche le imprese più sane e strutturate. Un altro punto? I tempi ed i costi della burocrazia rappresentano ormai un vincolo non più accettabile per il mercato delle costruzioni, per sua natura, già molto complesso. Sappiamo dell’impegno del Governo e di altre istituzioni volto alla “misurazione degli amministrativi” nel settore edile, nell’ottica di un intervento organico di snellimento di tutte procedure autorizzative, tipiche del settore”.
“Poiché tale intervento – continua Schininà – non comporta necessità di investimenti o nuove risorse, chiediamo di accelerarne i tempi perché si abbiano con immediatezza quegli effetti positivi che dallo snellimento delle procedure amministrative, può derivare; senza oneri a carico dello Stato. Infine, la piccola impresa e l’artigianato guardano con interesse al settore degli appalti pubblici, anche l’entità delle risorse impegnate è sempre minore, ed anche se essi rappresentano una vera e propria sfida per le imprese meno strutturate, ancorché capaci di garantire alti livelli di qualità nell’esecuzione delle opere. Ma troppo spesso il piccolo imprenditore opera negli appalti pubblici nella “scomoda” posizione subappaltatore di altri soggetti, che sovente lucrano in funzione di una posizione di forza d’intermediazione finanziaria. Si sente il bisogno di una normativa capace di valorizzare le competenze delle Pmi, evitando l’eccessivo accorpamento dei lavori, che, semmai, ogni qualvolta possibile, andrebbero suddivisi in lotti funzionali ridotti, dove anche i “piccoli” possano far valere la loro competitività come da tempo indicato anche dall’Ue con lo Small business act”.

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