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Depositate le motivazioni della condanna della Panarello. “E’ un’assassina glaciale, senza pietà”

Depositate le motivazioni della condanna della Panarello. “E’ un’assassina glaciale, senza pietà”
Febbraio 14
19:12 2017

“Si tratta di uno dei più gravi figlicidi di questi ultimi anni commesso con spietata furia omicidiaria e con una determinazione ed un disprezzo davvero glaciali. La donna non ha avuto alcun ritegno e rispetto neanche quando ha scaraventato il cadavere di Loris da quasi 3 metri di altezza procurandogli fratture alla teca cranica”, così scrive nelle motivazioni il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Ragusa, Andrea Reale, a quasi 4 mesi dalla condanna a 30 anni di carcere di Veronica Panarello.
Ben 190 pagine in cui è racchiusa la storia processuale della donna. Ventinove capitoli che analizzano i capisaldi del processo: dalla sua genesi alle indagini, dalle prime dichiarazioni della donna, alle perizie, compresa quella psichiatrica. Il giudizio è netto: “La condotta processuale della donna è stata deplorevole, reiteratamente menzognera, calunniosa, manipolatrice. Va assolutamente confermata e fatta propria in questa sede la definizione laconica del giudice del riesame nella persona dell’imputata: ‘Lucidissima assassina’”.

“Assassina glaciale”, “Capace di intendere e di volere”, “Un’assassina senza pietà”, ma anche una manipolatrice, questo ha sentenziato il giudice in merito al tentativo ordito dalla donna di coinvolgere il suocero, Andrea Stival, in questo orribile delitto. Una correità impossibile, spiega il giudice, visto che tutte le prove acclarano un unico fatto: al momento dell’omicidio Loris si trovava solo in casa con la madre. Il tentativo di chiamare in causa il nonno del piccolo viene definita: “Un espediente perfido e malvagio, capace di distruggere tutti gli ultimi baluardi affettivi della famiglia Stival”. Secondo il Gup la donna avrebbe riversato sul proprio bimbo tutte le sue frustrazioni patite nella sua famiglia d’origine, un sistema malato che ha dato vita a un “crescendo di inesorabile forza distruttiva, simbolo di oppressione e di morte, di distruzione di parte di sé, del proprio sangue, e, in conclusione, si sé stessa e del suo ruolo di madre e di moglie”. Per queste ragioni il giudice non ha ritenuto di dovere appplicare alcuna delle attenuanti generiche, anche perché le perizie mediche ne hanno accertato l’assoluta assenza di disturbi mentali. Nessuna amnesia nessun ricordo che affiora dopo tempo, anzi, il giudice riferisce di un falso alibi, delle diverse versioni fornite, “le plurime contraddizioni delle quali sono infarcite, i tentativi di accusare altre persone, la condotta processuale spregiudicata e calunniosa ribadita, in forma glaciale e senza tentennamenti anche davanti ai giudice il 26 settembre 2016” proprio per sconfessare una “amnesia dissociativa retrograda” e ritiene che la sua strategia autodifensiva sia frutto di “adattamenti ondivaghi” allo “sviluppo delle indagini” da cui si desume un “maldestro tentativo di manipolare i dati processuali” in una condotta processuale che viene definita sciagurata ed improvvida”.

Veronica, come ipotizza il giudice Reale, potrebbe avere ucciso proprio per la sindrome di Medea. Quel bimbo “andava” annientato perché da figlio stava o era diventato una sorta di rivale che accentrava su di sé gli affetti e gli interessi degli altri componenti della famiglia. Affetti e attenzioni che, se non ci fosse stato lui, ne avrebbe goduto a pieno lei.

Se questo è il tragico quadro delineato dal giudice nelle 190 pagine deposiate in Tribunale, tutt’altra è la posizione del legale della madre, Francesco Villardita, che dichiara: “”Restiamo fermi nella nostre posizioni. Presenteremo impugnazione dopo avere studiato con attenzione le 190 pagine, che a una prima lettura non ci convincono sul piano della crimino-dinamica, dell’assenza di movente e dell’elemento soggettivo”.

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Rosario Distefano

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